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Lui & Lei

Il condominio (quarto piano)


di Membro VIP di Annunci69.it Pollux
12.04.2026    |    2.354    |    2 9.3
"Le slacciai il reggiseno e cominciai a succhiare quelle tette enormi, mentre Manuela premeva con la mano tra le mie gambe..."
Manuela, la mia dirimpettaia, era quella che si direbbe una bellezza mediterranea. Capelli scuri, alta non molto, forse un metro e sessanta, bel culo e grosse tette che però non mostrava troppo, sempre tutta abbottonata con maglioni scuri alti, ma si vedeva che le aveva grosse.
La incrociavo spesso sola, intorno all’ora di pranzo, e con il marito qualche volta la vedevo uscire la sera. Non avevano figli, erano di quelli che a primo impatto ti danno la sensazione di essere noiosi. Sì, noiosi, senza stimoli, tenuti insieme non si capiva bene perché, eppure erano sposati da una decina di anni. Lui era un mezzo perditempo, senza un lavoro stabile, passava sei mesi in stagione e sei mesi a bere al circolo. Non era un tizio cattivo, ma uno che nella vita non era riuscito a combinare molto.
I due non avevano figli ma un gatto. Io pure ne ho uno, quindi non perdevo occasione per attaccare bottone quando la trovavo sola nelle scale. Se li incrociavo assieme mi limitavo a un breve saluto e a qualche battuta sul tempo, evitando qualsiasi discussione che andasse fuori da questioni che potevano interessare a entrambi, tipo i problemi di vivere in un condominio. Quelli non mancavano mai, il cornicione pericolante, la tipa che butta le cicche di sigarette nel piazzale, la ficcanaso, la morosa e l’immancabile ascensore rotto un giorno sì e uno no che costringeva tutti a una ginnastica forzata.
Non me n’è mai fregato un cazzo di nessuno. Basta che tutti si facciano gli affari loro e io mi faccio i miei. Sono un tipo solitario. Mi faccio la mia vita e non invado gli spazi altrui. Ma quei due mi mettevano una certa curiosità addosso. Soprattutto Manuela, con quel suo gran culo e le grosse tette nascoste dai maglioni. Così quella primavera, quando la incontrai da sola, mi attardai a uscire dal portone facendomi raggiungere e fu lei a parlarmi per prima, dicendomi di essere tornata single per i prossimi sei mesi, visto che Mario, il marito, era dovuto partire quell’anno in anticipo per la stagione.
Lì per lì non diedi troppo significato alla battuta sull’essere ritornata single e in ogni caso non volevo mostrarmi troppo interessato alla cosa. Per strategia le risposi con una battuta sul lavoro non stabile, sul doversi adattare a inseguirlo dove c’è, in questa società dove tutto è precario e bisogna farsi il mazzo per pagare l’affitto e le bollette, anche dovendo rinunciare a molto del proprio tempo, accettando mesi con orari e ritmi di lavoro snervanti per campare con dignità. D’altra parte pure io ero uno stacanovista e finivo sempre tardi.
«Certo bisogna anche trovare il tempo per svagarsi un poco, altrimenti non è vita», conclusi.
«Eh no, affatto», rispose lei con un grande sorriso. «Per fortuna in questi sei mesi a tenermi compagnia ci sarà il mio gatto.»
«Sembra un’ottima compagnia», dissi e ricambiai il sorriso.
Lei fece un’espressione quasi corrucciata e arricciò il naso senza smettere mai di sorridere. Ci salutammo ed entrammo ciascuno a casa propria tra i miagolii dei gatti affamati.
La mattina seguente la incontrai di nuovo ma all’ora di pranzo. Io rientravo dall’ufficio e lei con una busta della spesa e una cassa d’acqua, e l’ascensore bloccato. Non ci pensai due volte, «Dai, molla la cassa d’acqua a me, ti do una mano.»
«Ma no, non c’è bisogno.»
«Ma sì che c’è bisogno, ti fai quattro piani a piedi con tutto questo peso? Ci penso io, va...» Mi presi la cassa d’acqua che aveva lasciato nell’androne e le passai avanti, mostrando una certa agilità nel salire veloce le scale. La anticipai di una rampa, aspettandola davanti alla porta di casa sua.
«Grazie, ma davvero non ti dovevi disturbare.»
«Ma non mi è costato nulla, l’ho fatto con piacere. Piuttosto bisognerà chiamare di nuovo l’amministratore perché risolva questo problema dell’ascensore.»
È a quel punto che dalla porta di mezzo si affaccia signora Maria, arrabbiatissima, e inizia a lamentarsi di qualsiasi cosa non vada nel condominio, soprattutto sostenendo la necessità di convocare un’assemblea per risolvere una volta per tutte questa storia dell’ascensore e per le pulizie delle scale: «Vedete che sono sempre sporche? E chi è che lancia i preservativi dalla finestra sul cortile? Devono essere gli studenti del terzo piano! Fanno un sacco di chiasso quelli, e poi si sente tutto!»
Manuela mi lancia uno sguardo di lato, con un sorriso appena accennato, quel tanto che basta per comprendere che anche lei aveva colto l’allusione della nostra vicina che più volte si era lamentata delle “urla” provenienti dall’appartamento con gli studenti…
Un paio di occhiate furtive e all’unisono borbottiamo qualcosa che suonava come: “Sì sì, ha proprio ragione, proprio così!”.
Prima che potesse riprendere la lista delle lamentele mi imposi nella conversazione: «Signora Maria, mi deve proprio scusare ma devo scappare, io fra cinque minuti devo tornare in ufficio».
Manuela prese la palla al balzo per salutare frettolosamente e, mentre cercava le chiavi di casa, le scivolò la busta della spesa per le scale. Lanciandosi nel tentativo disperato di acchiapparla al volo fece una specie di piroetta finendomi addosso con le grosse tette che mi premevano il petto e gli occhi spalancati di signora Maria che mi fulminava con lo sguardo e un cenno di disappunto. Avrà notato la mia espressione divertita e il mio compiacimento nel vedermela strusciare addosso. E spero non abbia notato qualcos’altro, perché in mezzo alle gambe cominciavo ad avere una di quelle erezioni belle dure. Possibile che signora Maria non ci abbia fatto caso ma senza dubbio Manuela sì. Ed ebbi la netta sensazione che stesse rimanendo volutamente avvinghiata a me per poterlo sentire bene il rigonfiamento nel cavallo dei pantaloni mentre scivolava verso il basso. Tutto questo sotto gli occhi di signora Maria che cominciò a borbottare qualcosa di indecifrabile mentre sbatteva la porta di casa.
Io e Manuela scoppiammo a ridere.
«Che ha detto?» mi chiese lei, ancora avvinghiata.
«Giuro, non ne ho idea.»
Appena ricompostasi Manuela si inchinò per raccogliere la spesa e a questo punto non ebbi più alcun dubbio, lo faceva apposta a stamparmi il suo bel culo davanti.
Mi inchinai anch’io per aiutarla a raccogliere quello che era volato giù per le scale, e rimisi tutto dentro la busta che sollevai prima che potesse riprenderla lei.
Mentre mi rialzavo le sussurrai che la storia del rientro in ufficio fra cinque minuti era una scusa per liberarci di signora Maria, che chissà quanto ci avrebbe trattenuto a lamentarsi del condominio e degli studenti del terzo piano…
Manuela si sforzò di non scoppiare a ridere e mi fece un cenno con il dito sulla bocca, «Sccc», essendo quasi sicura che dietro la porta ci fosse la nostra vicina intenta ad origliare, e sempre sottovoce mi invitò ad entrare in casa, facendomi strada nel corridoio sino alla cucina, mentre il suo gatto mi annusava i pantaloni e mi girava attorno curioso. Era la prima volta che mettevo piede nel suo appartamento.
Appoggiai la busta della spesa sul tavolo cercando di mostrare disinvoltura nonostante il rigonfiamento dei pantaloni fosse ancora ben visibile. Manuela non si scompose ma si vedeva che si sforzava di non guardare.
«Ti posso offrire una cosa da bere, dopo tutta questa fatica… una birra ci vuole, no?» disse aprendo il frigorifero senza aspettare una mia risposta. E con la stessa risolutezza prese un bicchiere dalla mensola, stappò la bottiglia da 66 cl e mi riempì il bicchiere. Non le diedi il tempo di dire o fare altro che, chinandomi su di lei, cominciai a baciarla mentre con le mani le toccavo le tette per poi scendere più giù, fino al culo. Le sollevai il maglioncino, il tanto di infilarci la mano sotto e far scorrere le dita sui suoi capezzoli enormi e duri. A quel punto il maglioncino se lo sfilò di dosso. Le slacciai il reggiseno e cominciai a succhiare quelle tette enormi, mentre Manuela premeva con la mano tra le mie gambe.
La baciai ancora a lungo e poi scesi sulle tette. Mi abbassai i pantaloni e con la mano lei tirò fuori il mio cazzo dalle mutande e iniziò a segarmelo con un ritmo che si fondeva con quello delle pulsazioni sempre più intense della mia erezione. Avevo la sensazione di stare per venire da un momento all’altro.
Mi soffermai sui capezzoli, poi le leccai il collo e la baciai ancora.
C’era una forte elettricità tra i nostri corpi, un odore intenso che sentii ancora più forte quando le abbassai le mutandine. Mi chinai fino a quasi inginocchiarmi, con la bocca sulla sua figa umida. La leccai. Una leggera peluria ne seguiva i contorni. Aveva un sapore intenso che mi faceva perdere la testa. Mi risollevai guardandola negli occhi. Aveva un’espressione affamata. Ci baciammo ancora, prima che Manuela, tirate su mutande e pantaloni, mi trascinasse in camera da letto. Mi stringeva il cazzo con la mano e camminavo quasi a fatica con i pantaloni abbassati e ancora le scarpe ai piedi. Non mi diede il tempo di toglierle che si inchinò e lo prese in bocca. Le dita delle mani ci si incrociarono mentre si muoveva alternando movimenti lenti ad altri più veloci, sollevando di tanto in tanto gli occhi verso l’alto.
Rialzatasi, riprese a baciarmi e con entrambe le mani continuava a tenermi il cazzo che maneggiava con movimenti lenti. Aveva uno sguardo penetrante e pensai di essere di nuovo sul punto di venire. Quasi lo avesse intuito, si fermò e mi spinse sul letto. Mi tolsi le scarpe e i pantaloni mentre si spogliava anche lei, gettando tutto alla rinfusa, sul letto e sul pavimento.
Le baciai il collo, scendendo sulle tette, succhiandole i capezzoli inturgiditi. Le baciavo ogni angolo di pelle con foga e poi, con un movimento lento del bacino, affondai il cazzo nelle sue gambe spalancate. Si muoveva in sincronia perfetta con i miei colpi, sempre più forti. E mentre scopavamo ci guardavamo in faccia e ci baciavamo senza riuscire a tenere le nostre bocche staccate troppo a lungo.
Con le mani ad un certo punto mi spinse via. Si girò di scatto e mi salì sopra. Ora mi scopava lei. Temevo di venirle dentro quindi sussurrai: «sto per venire».
«Non ti devi trattenere, vieni quando vuoi… vieni dentro, uso la pillola.»
Il movimento era diventato intenso e veloce e, nel dirlo, le parole si fondevano con i nostri gemiti sempre più intensi, finché lei non venne. Avvertii un calore forte e una sensazione di bagnato mentre si muoveva sopra di me. Subito dopo, con due o tre movimenti veloci, venni con forza anch’io. Durò molto.
Manuela era raggiante, un sorriso enorme e due occhi profondi. Era davvero bella, lo avevo già notato prima, certo, ma ora lo era in modo diverso. Mentre mi perdevo in quel pensiero disse: «Hai urlato molto», dandomi un colpetto sulla spalla.
«Io? Tu di più», risposi ridendo.
«Spero non ci abbia sentito tutto il condominio.» Manuela fece una smorfia divertita.
Non avevo voglia di andarmene ma ormai si era fatto davvero tardi e in ufficio dovevo rientrare sul serio.
Mi rivestii in tutta fretta mentre Manuela si mise addosso una vestaglia leggera e mi accompagnò alla porta. La socchiuse appena prima di farmi uscire per vedere se l’androne fosse libero. Appena messo piede sul pianerottolo, dall’appartamento centrale si materializzò signora Maria.
«Buongiorno», dicemmo quasi allo stesso tempo io e Manuela, restando impietriti ad aspettare la sua risposta.
La nostra vicina ci squadrò da capo a piedi. Manuela non fece in tempo a nascondere che fosse mezzo nuda. «Buon pomeriggio», disse con lo sguardo puntato sull’ascensore.
Manuela si affrettò a chiudere la porta, io a infilare la chiave nella serratura del mio appartamento.
Signora Maria fece in tempo a lanciarmi uno sguardo infuocato con la coda dell’occhio. «È ancora fermo...» disse scendendo i primi due gradini delle scale.
Feci di sì con la testa, mugolando qualcosa, ed entrai in casa.
Chissà se signora Maria si sarebbe fatta i fatti suoi o avrebbe cominciato a lamentarsi delle urla di quel pomeriggio provenienti dall’appartamento della dirimpettaia. Per i prossimi sei mesi, pensai sorridendo, non si sarebbe più lamentata soltanto degli urlettini degli studenti del terzo piano.
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